Il quarto d’ora di potere

Nella storia, si contano sulle dita di una mano le persone che sono state in grado di convivere con il potere, che non conosce spesso portatori sani. Più frequente è incontrare esercizi di potere a volte grezzi a volte raffinati, ma sempre squilibrati. D’altronde, i grandi uomini del passato le cui biografie ancora oggi vanno a ruba sono famosi per le conquiste, le ambizioni sfrenate, le guerre e le condanne. Difficilmente per l’assennatezza.

La democrazia esiste per questo, essa è uno strumento di controllo del potere. Il migliore che l’uomo sia stato in grado di inventare. E’ una sorta di forza inibitrice messa lì per vigilare sul desiderio di potere. Organizzata in maniera diversa a seconda delle latitudini e dei popoli, è comunque chiamata a svolgere sempre il medesimo compito di sentinella. Non è una fede, né un’ideologia. Funziona se controllata, monitorata, oliata, smontata e rimontata come una qualsiasi parte meccanica d’ingranaggio. Non funziona se lasciata lì ad arrugginire, né se si sbaglia il mix di carburanti. Se necessario, deve essere cambiata.

Alla democrazia come strumento si affianca, oggi, il capitalismo finanziario come ideologia. La cosa non è compatibile: al controllo del potere si contrappone una filosofia fondata sulla conquista e sull’ampliamento del potere stesso. E’ come legare due buoi ai lati dello stesso carro e pretendere che vada in una sola direzione. Nessuna democrazia, almeno nessuna di quelle conosciute sino ad oggi, ha il fisico per sorvegliare un potere così diffuso, intangibile e perennemente esercitato. E nessun potere, nessuno mai, accorrerà in aiuto della democrazia, se non in quei casi sporadici in cui si verifica una coincidenza tra la ricerca del proprio utile e la tutela della democrazia (ad esempio, il governo Monti).

Così svilita, la democrazia è una sentinella cieca e il potere – da qualsiasi parte lo si voglia vedere – può penetrare nella fortezza che la società civile si è faticosamente costruita e diffondersi in maniera capillare. Se aveva ragione Andy Warhol quando parlava del “quarto d’ora di celebrità”, oggi si può parlare del “quarto d’ora di potere”. Cittadini, individui e gruppi di individui del tutto privi degli anticorpi necessari si ritrovano iniettata nelle vene una dose di potere spropositata per i loro piccoli organismi.

Alcuni, per fortuna, diventano grotteschi Napoleoni iper-eccitati e schiavi del proprio narcisismo. Figure che ancora, sebbene molto a fatica come dimostra la recente storia italiana, la società è in grado di individuare e debellare.

Altri, però, restano piccoli individui che nella vita di ogni giorno, dagli scranni di un parlamento, una sede internazionale, una banca, uno studio manageriale, un’amministrazione comunale  ma anche il bancone di un negozio, intossicano la poca aria pura rimasta con bacilli di potere e sempre più spesso, come è accaduto ieri alla Camera dei Deputati con la votazione sul non-arresto di Cosentino, sempre più spesso tossiscono forte e rumorosamente.

La democrazia come la conosciamo non è in grado di arginare questo tipo di potere. Essa è stata costruita nei secoli per assicurarsi che una dose massiccia di potere non finisse nelle mani sbagliate o, per meglio dire, in un numero troppo esiguo di mani. La sua ricerca di equilibrio è tarata su pesi di una certa consistenza, mentre sono larghe le maglie della sua rete e lasciano passare le piccole formiche del potere, ognuna con la sua mollichina sulle spalle.

Per questo, ogni giorno che passa stiamo peggio. Siamo più malati. E per questo non è facendo e rifacendo i conti che staremo meglio, ma immaginando, forti della nostra fantasia, una democrazia diversa.

Pamarasca

nell’immagine: Ragno, di Louise Bourgeois

Pensiero di natale per un gatto

Non sono molti gli animali che ho avuto. Molti quelli cui sono stato vicino. Il primo è Tom, il dalmata fuori taglia di nostro nonno. Uscivamo sotto la pioggia assieme per mangiarci i lumaconi grigi e viscidi. Rincorsi da mia madre. E’ morto anziano, con i sintomi uguali a quelli del padrone già scomparso.

Poi Milly. La cocker che i miei ci fecero trovare nella camera da letto che dividevo con mia sorella. Quando eravamo piccoli noi, i cocker andavano di moda. Oggi sarebbe un labrador, o un bulldog francese. O, dio mio no, un carlino. Si ammalò ad una certa età, fu una convalescenza difficile. Aveva l’otite, il che, a guardare le orecchie dei cocker, non è poi così strano.

Morgana era la gatta che avevamo nella casa di Milano, in gb9. Poveretta. Sempre in mezzo a ogni genere di schioppati, alla fine faceva solo agguati e nessuno poteva accarezzarla. Rubava le bistecche dalle padelle ardenti. La presero i genitori di Luca, non so che fine abbia fatto.

Gonzo non era mio ma era un po’ il cane del thermos. Lo conoscevano tutti qui. Aspettava il verde per attraversare. Non ho mai conosciuto un cane tanto intelligente. Gli altri cani lo odiavano.

Laika l’ho trovata in strada, di notte, tornando dal thermos. Vive ancora con i miei. Mi è grata. Ora che è anziana gira con il cappottino per via dei reumatismi.

Nemmeno Drogo era mia, ma lo diventò. E’ una gatta schiva e sfuggente, ma bisognosa di affetto. Vive ora in una casa di campagna con Livio e Silvana e pare stia molto bene.

Alien è mio. Però quando l’ho portato nella casa di campagna con sua madre, Drogo appunto, non ho fatto in tempo a presentarlo alla sua nuova famiglia. Ora non so dove sia. Dopo la fuga non è più tornato e so che è colpa mia, perché dovevo dire di tenerlo chiuso in una stanza per un po’, due o tre giorni, perché si abituasse al nuovo luogo. Che è un paradiso per un gatto. Ma non se n’è accorto.

Io adesso che è natale spero che lui sia da qualche parte, randagio per la vallesina che è dolce e dove i randagi non sono proprio messi male, oppure preso da qualcuno che si sia accorto del bel pelo lucido e delle dimensioni e si sia detto che è un gatto adatto ai propri figli. Spero che non sia finito male.

Io penso a lui tutti i giorni e quando lo faccio devo respirare forte. Lo so che i gatti se la cavano sempre e,  fatta eccezione per quelli che finiscono sotto le auto, non si sente spesso di gatti che muoiono per inedia o di freddo. Io ad esempio cammino molto e non ne ho mai trovato uno morto così. Insomma, sono tosti. E lui pure. Mi dico queste cose, come un mantra. Lì a Mazzangrugno poi è vero che le auto corrono, ma c’è una strada sola. Insomma. Bisogna proprio essere cretini. E poi nessuno ha trovato felini investiti.

Ci sono diversi gatti in zona, anche cuccioli, e la gente li nutre. Lui era abituato al divano e al letto. Però è curioso, e non ha paura di niente, quindi magari ha scoperto la vita del girandolone.

Ecco. Volevo pensare un po’ a lui. Spero stia bene. E passi un inverno riparato.

Se qualcuno di voi smette di tenere un gatto, ricordatevi di chiuderlo per qualche giorno nella nuova casa impedendogli di uscire, per farlo abituare. Perlomeno la mia cazzata sarà servita a qualche cosa.

Divertiti, ciccione.

Pamarasca

I recinti delle banche

Quando a piazza Vetra, Milano, misero le recinzioni, fu un colpo. Dissero che era per la sicurezza. C’erano troppi spacciatori, troppa gente losca. Ficcarono sbarre come lance nel terreno tutt’attorno le isole di verde che carezzano la schiena delle basiliche di San Lorenzo e Sant’Eustorgio. Da allora, per passare da un parco all’altro, non si può andare dritti, ma arrivare al cancello più vicino.
Una limitazione alla libertà di movimento, giustificata dalla necessità di sicurezza.

Oggi altri recinti.
Quando ho iniziato a lavorare, andavo ad incassare i soldi che mi spettavano nella banca del datore di lavoro. A giudicare dagli assembramenti davanti alla Banca Popolare, ancora ieri era prassi per molti operai delle ditte in sub-sub-subappalto che lavorano nel porto della mia città. In ogni caso, io andavo allo sportello e quelli mi pagavano quanto mi spettava.
Non avevo un conto corrente, e non l’ho avuto per un bel pezzo. Credo che non avere le cose sia un sacrosanto diritto, mai abbastanza tutelato. Posso non volere un’arma, una casa, un’auto, un abito buono o meno buono, persino un lavoro. E’ mio diritto. Anche non avere un conto in banca.

Oggi no.
Se guadagno 1000 euro e non ho un conto in banca, non ho modo di prendere quello che mi spetta. E’ per la sicurezza. Ci sono troppi malfattori, evasori.
Non solo.
A quanto ho capito, se tutto andasse a ramengo (scusate ma adoro questa espressione e ne abuso appena posso) e l’Italia improvvisamente rischiasse la fine dell’Argentina, le nuove regole mi impedirebbero di andare in banca a ritirare tutto quel che ho, a meno che non sia una cifra inferiore ai 1000 euro. Tipo: in banca ho 5000 euro, sta crollando l’intero sistema economico nazionale e temo che la mia banca dichiari fallimento, colto dal panico vado allo sportello e mi dicono che posso ritirare solo 999,99 euro. Però posso sempre usare il bancomat.
Ah beh, allora. Mi sento più tranquillo.

(magari non è esattamente così che funzionerebbe, ma il senso non cambia)

Non è colpa di questo governo, si è insediato tardi, molto tardi, quando il valore aggiunto dell’Europa, che è l’attenzione ai diritti delle persone faticosamente conquistati nel corso della storia, era già andato a farsi benedire. Oggi questo è un continente che si mette a competere con società in cui quei diritti sono ignorati, ed è dunque perdente in ogni caso. Prova a contare sulle banche, l’anello più infame della catena.

Non è colpa di questo governo, magari. Però mi viene da pensare alle parole del primo ministro norvegese all’indomani della strage di Breivik.
“Risponderemo con più democrazia” ha detto.
Non
“Metteremo sbarre attorno ai fiordi”.

Pamarasca

Morire più tranquilli

Siamo stati alla Sala del Commiato del cimitero di Ancona. E’ una grande sala chiara, piena di finestre. Vi entra tanta luce dall’esterno. C’è l’eco quando si parla, non ci sono croci né altri simboli religiosi.

E’ un luogo importante. Dovrebbe esistere in ogni città. E’ messo a disposizione di quanti non vogliono essere salutati da chi rimane attraverso il rito cristiano, siano essi cristiani o no. Atei, musulmani…

E’ un luogo speciale. Chi era con noi alla presentazione di Vixi, il numero di Argo dedicato appunto alla morte, ha detto persino: “mi ha ridato speranza”. Che significa? Di che speranza si parla, dato che è una sala dedicata all’ultimo saluto?

Ci ho pensato, ed è vero. La sensazione è quella di una rinnovata speranza. Perché di norma, tranne che in rarissime occasioni, appena morti veniamo portati in casa d’altri, in chiesa, e le persone a noi care, i parenti, gli amici, ci onorano della loro presenza ma devono attenersi alle direttive del padrone di casa, il nuovo proprietario del nostro corpo. Veniamo salutati secondo un rito estraneo a quelli che eravamo abituati a consumare. Poi, magari, ricordati in un bar, o a casa di un amico, clandestinamente, nei giorni successivi. Immediatamente, non ci apparteniamo più e, quel che è peggio, veniamo scippati alle persone care. Era anche il senso, credo, del bell’intervento che sabato ha fatto il rappresentante dell’Uarr di Ancona.

Questa, allora, è una sala di speranza perché ci restituisce, morti, alle persone cui siamo più vicini. A chi amiamo, a chi ci ama, e anche a chi ci pare. Ci permette di consigliarle sul modo di piangerci, e non al ristorante o in un luogo altro, ma proprio dove ufficialmente ci si accomiaterà da noi. Possiamo dare indicazioni su cosa leggere, cosa suonare, cosa dire, chi deve sbrigare le faccende. Possiamo anche non dare indicazioni e più semplicemente affidare la cosa a un amico fidato, a una compagna, a un cugino… sapere che ci penserà.

Sapere che non verremo immediatamente portati via da un’istituzione, qualunque essa sia.

Ricordiamo allora, mi rivolgo a chi vive nella mia stessa città, che questa sala c’è,  possiamo anche apparecchiarla in anticipo, o semplicemente dirlo ad un amico. Così, ci sentiremo immediatamente più tranquilli.

Pamarasca

Morire Civile

A 79 anni Lucio Magri, fondatore del Manifesto, è andato in Svizzera a suicidarsi, come prevedono le leggi di quel paese, assistito da un amico medico mentre altri amici e compagni attendevano nella sua abitazione romana la notizia della sua morte.

Era un uomo bellissimo, un grande intellettuale e , con Pintor, un esempio di quelle menti che rinunciano ad accartocciarsi in se stesse per scegliere di trasformare il mondo.

Con il suo studiato e pacato allontanamento dalla vita ha dato un’ultima lezione a un mondo che invece va sempre peggio, in cui la morte si esorcizza con orge e potere, puttane e barzellette, soldi bruciati e btp, in cui i politici bestemmiano e sputano, i faccendieri sono testimonial pubblicitari, un continente muore perché non può permettersi le medicine.

Non era suo il gesto eclatante del colpo in testa, non era suo il nevrotico consumarsi nel piacere fino allo sfinimento, e nemmeno quel restare attaccati al nulla che ci spinge a vedere un senso in cose che un senso non lo hanno.

Era invece sua la civiltà di andarsene. Parlarne alle persone care. Organizzare il suo dopo, distribuendo compiti amorevoli agli amici e compagni di sempre.

La vita gli era semplicemente insopportabile.

Anche questa lezione di civiltà cadrà nel vuoto, ma chi può la tenga cara, perché uomini così non ce ne sono più.

Pamarasca

Ancona, Italia

Leggo sulla stampa locale di un ammirevole intervento dell’assessore alla cultura della mia città, Ancona. Dice più o meno: “che ci sto a fare io qui, se l’amministrazione non ha intenzione di trovare i fondi per riaprire la Pinacoteca e la Biblioteca cittadine?”. Sacrosanto: chiusi per una serie di lavori, i due siti culturali non hanno al momento prospettive di riapertura.
Arte e letteratura non hanno mai avuto un buon rapporto con il potere: bandite, bruciate, messe all’indice, vietate, le opere letterarie e figurative vengono oggi più volentieri e discretamente ignorate, mentre proprio da loro bisognerebbe ripartire per rincorrere la difficile ma necessaria costruzione di una società civile.

Dice bene l’assessore: “se non ci sono soldi per il mobilio della biblioteca, andiamo a comperare tavoli e sedie all’Ikea”. I libri si leggono in autobus, per strada, sui gradini, proprio ad Ancona c’è un signore per il corso pedonale, davanti ad una nota farmacia, che chiede monetine e nel frattempo legge romanzi d’ogni tipo. Affanculo gli arredi, qui c’è bisogno di letture. Purtroppo, non è così semplice.

Nella città in cui vivo governa da anni (e anni e anni) il centrosinistra. Non è una città facile, la gente preferisce imbellettarsi per lo shopping che andare ad una mostra, ma è anche vero che i membri del potere locale hanno pian piano fatto terra bruciata giungendo infine ad uno stato di immobilità imbarazzante. La certezza del potere ha anzi risvolti paradossali: come a destra sono convinti che sia sufficiente dirigere un’azienda per governare un paese, così a sinistra si pensa che basti dirigere una scuola per governare una città e in una cosiddetta roccaforte dell’opposizione si sceglie un preside, brav’uomo per carità, ma chi di noi ai tempi del liceo non ha mai preso per il naso questa imbalsamata autorità? Ed è proprio un preside, colmo dei colmi, ad accettare che una città venga privata del proprio fabbisogno culturale e a ripararsi dietro la solita ragione, mantra dei nostri tempi: non ci sono soldi.

Ma i soldi non ci sono proprio, e da nessuna parte. Eppure chi vuole leggere legge anche mentre chiede monetine per la strada e chi non ha mai pensato di farlo forse lo farebbe, se si trovasse circondato da libri, così come imparerebbe ad ammirare una tela del Lilli o un sacco di Burri, se solo potesse vederli, conoscerli, frequentarli.

La città in cui vivo è una triste ammissione di sconfitta. Come possiamo pretendere che il capo del governo se ne vada, se nemmeno in un centro di 100.000 abitanti noi, che lo avversiamo da sempre, siamo capaci di ammettere la nostra incapacità, il nostro fallimento? Come possiamo prendercela con chi rimane attaccato ai privilegi del potere, se noi, nella nostra amena sede locale, ci comportiamo nella medesima maniera?
Non ci sono soldi per la biblioteca. Non ci sono soldi per la pinacoteca.
È questa la più grande disfatta di una sinistra che ha appreso che l’ignoranza è il miglior conservante di potere al mondo, e ne miete a volontà.

Non c’è più biblioteca, non c’è più pinacoteca perché anche la cosiddetta sinistra ammette che di loro non c’è poi così bisogno.

Ha ragione l’assessore alla cultura a dire “che ci faccio io qui?”. Niente. Ma allora proviamo a prendere tutti i libri della biblioteca, e i quadri della pinacoteca, e portiamoli alla città, nelle strade, nei locali, nelle piazze. Qualcuno se ne perderà, qualcun altro si rovinerà. Qualcuno verrà rubato. Che importa? In un’epoca tanto buia, la luce non è nelle casseforti delle banche, ma nello spirito di solidarietà che solo l’arte e la letteratura sanno ricreare. L’opera d’arte non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. La cultura non è un salotto, ma il mattone grezzo delle fondamenta.

Pamarasca

Le droghe dell’opposizione

Il pd è un gruppo di strombati che si fanno canne dalla mattina alla sera, tanto non dà dipendenza, parlando ognuno delle sue menate finché passa il loro treno e tutti insieme allampanati stupiscono: “di già?” (e un altro: “ma sììì daiii, tanto ne passa un altrooo”)

Renzi  si cala chicche in discoteca e salta a ritmo drum’n’bass nel centro della pista senza accorgersi che se ne sono andati tutti dal locale, tranne quei tre ragazzini lì, riversi sul divano, con gli occhi chiusi come dice Castelvecchi

Vendola lsd classico, vecchio stile, visioni, utopie e ghirigori sul futuro, ma con stile, tanto stile

Udc ancora più sul classico, la religione e l’ordine, droghe che non muoiono mai (ma uccidono, accidenti se uccidono)

Cinquestelle religione idem, ma pagana

I finiani niente droghe, per questo non ci capiscono più un cazzo

La cocaina se l’è presa tutta la maggioranza, sentirai che down, tra poco

Pamarasca

perché scrivo: il pacificatore

Ho sempre cercato di mettere pace, rattoppare pezzi. Sin da piccolo.
Una volta, alle superiori, due miei compagni litigarono e si diedero appuntamento a Pietralacroce, in cima a un dosso polveroso dal quale si scorgeva il mare. Andai anche io, con altri. Godevo, ai tempi, di una certa inspiegabile autorità, o perlomeno non c’era nessuno che ignorasse le mie opinioni. Uno dei ragazzi aveva un tirapugni di ferro. L’altro inscenava colpi di taekwondo. Ero lì per far sì che non si pestassero. Mettermi in mezzo. Fare pace.

Più che di eccesso di altruismo, si trattava di una mia esigenza ben precisa.
Nel tempo, affinai le tecniche. Nell’ampio consesso di amici del periodo milanese riuscivo quasi sempre a ricomporre le fratture prima che diventassero scomposte, si trattasse di liti tra amici, interne a coppie, tra famiglie, squadre di calcio, centri sociali, gruppi studenteschi. Continuai così, scegliendo una dopo l’altra le occupazioni che meglio si addicevano a questo mio bisogno: la politica, prima, e un locale da gestire, poi. Furono entrambi fallimenti, perlomeno secondo i criteri standard di valutazione.

Nel caso della politica, scoprii presto che il solo pensiero che mi si addicesse era quello anarchico, interessato a una forma d’ordine in un certo senso superiore e, ahimé, decisamente fuori moda; nel caso del locale, era evidente che le mie doti di pacificatore non avrebbero mai attecchito su banche, istituti di credito, fornitori. Continuai in privato, clandestino e per pochi intimi, nella mia certosina attività di riduttore di crepe, stuccatore, incollatore. Ma il tempo cambia molte cose nelle prospettive di una persona e via via che le informazioni, le conoscenze e le esperienze aumentavano, e persino le forme di comunicazione si moltiplicavano, ero costretto a capitolare di fronte all’impossibilità di pacificare tutto questo ben di dio. Si tratta, però, di una capitolazione dolorosa, per quanto consapevole, né potevo accettarla con tanto fatalismo.

Come un viandante che si trovi la strada spezzata in centinaia di tronconi ho scelto allora, d’istinto, grazie a quanto i miei genitori mi insegnarono sulla fantasia, il sentiero sottile che però ai miei occhi appare più che resistente, più degli altri, il filo dal quale potrei sì cadere ma che non si spezzerà.

Scrivere storie è rimasto il mio solo modo di mettere pace. Nella speranza che anche in una sola persona che le leggerà si incollerà qualcosa, si cucirà una crepa.

[Al momento, in attesa dell'uscita del mio secondo romanzo, scrivo in giro e soprattutto qui ]

pamarasca

Il vostro dio

Che volete? Ma che volete, voi che siete del tutto esagerati?
Il migliore di voi paga in nero i dipendenti. Il peggiore è al governo.
Avreste potuto rubare miliardi agendo come topolini nascosti tra i mobili di una cucina. Avreste potuto farlo per l’eternità, in un paese dove i ladri non sono disprezzati.
Ma no, voi esagerati, privi di un qualunque limite: morale, etico, fisico, psichico. Dovevate rubare tutto, come elefanti convinti di non lasciare crepe. Il capo della banca più grande; il capo della Protezione Civile; il capo dell’industria più grande; il capo del Governo. Conservate soldi e li rubate; edificate case e si sgretolano con la gente dentro; ricattate operai senza levarvi il ghigno dalla bocca; promettete stelle e relegate in stalle generazioni di italiani.

Siete ingrati, ignobili, e fate persino pena, perché non avete coscienza di un futuro, dovete avere per voi tutto subito, ve ne fregate persino dei vostri figli, dei vostri nipoti, che vivranno un mondo sempre più cattivo a causa vostra. Siete ciechi, siete cattivi, rognosi, dovreste essere cacciati lontano dalle case, dalla gente.

E ora, che volete? Ma che volete che a nessuno venga in mente di spaccare le vetrine delle vostre banche, di sputarvi, di arrabbiarsi per davvero? Ma della vostra stessa violenza vi siete mai resi conto?
Probabilmente no, perché la cosa più aberrante è che voi non sapete di fare del male, non vi rendete conto di essere dei pervertiti, di incarnare il peggio del potere. Siete convinti della vostra bellezza, della vostra linea, della vostra intelligenza, della giustezza di quel che dite e fate.  Siete dei mostri, e non dovreste osar parlare di violenza, voi che affogate le persone moralmente, intellettualmente e fisicamente tutti i giorni, le ore, i minuti.

Ringraziate il vostro dio che a nessun risparmiatore truffato venga in mente di pestarvi, che a nessun cassa integrato passi per la mente di venire a casa vostra a farvela vedere, che a nessuna madre di terremotato salga tanto la rabbia da venirvi a cercare. Ringraziate il vostro dio che ancora qui c’è gente che considera la civiltà un valore e non vuole, non vuole diventare barbara sebbene sia tentata, sebbene la tentiate sempre più.

Pamarasca

Qualità della Vita in Friuli

Frisanco è un pugno di paese friulano appoggiato alle alpi. Case in pietra, piazze della misura giusta, grappe fatte in casa. La scorsa estate ho conosciuto alcuni amici di Monica: Daniele, Paola e Zoe. Siamo andati a cena assieme e mi hanno raccontato di un festival di artigianato artistico che organizzano lì, a Frisanco, l’ART-TU festival. Mi hanno invitato a presentare il mio romanzo, La qualità della vita, nell’ambito del festival: due presentazioni alle 18, sabato 1 e domenica 2 ottobre.
Perché no?
Ora che sono tornato, posso dire che è stata una bella boccata d’ossigeno, e spunto per alcune riflessioni. Non solo grazie alla splendida e disinvolta ospitalità dei nostri amici, che vivono in una specie di sagrada familia alpina in perenne costruzione, incastonata nel verde di una frazione che solo dopo il terremoto ha sostituito le mulattiere con le strade. Ma per tutto l’insieme.

Il festival di Frisanco è una faccenda piuttosto ricercata, alla cui organizzazione pochi amici dedicano enorme energia. Ci sono artigiani di altissimo livello, ognuno a rappresentare il suo settore, e pochi artisti scelti che espongono opere (menzione speciale ai quadri di Sara Colautti). Chi dipinge ceramiche, chi crea lampade e quaderni, gli argenti di Daniele, i manufatti in pelle di Erik, le meridiane, i saponi, gli album, le lampade… Poco più di 20 banchi in un clima rilassato: molto dialogo con i visitatori, sole dappertutto, cani mansueti, scene da incorniciare. Il vecchio del paese, a stento retto da un bastone liso, si avvicina ad Erik intimandogli in friulano di fare un buco a misura in una cinta. Ragazzetti con i capelli rasta visitano le (incredibili) casette in miniatura create dal quali centenario (classe 1912) Carlin. Un giovane fisarmonicista che sembra uscito da un fumetto di Manara improvvisa duetti con l’anziano collega arrivato strumento in braccio dalla propria casa.

Ma a parte le impressioni, i momenti, i movimenti delle mani artigiane sulla materia scelta, i centrifugati di verdure biodinamiche e il clima dell’alpe friulana, mi piace sottolineare alcune cose:
1)    gli organizzatori di questa iniziativa, appartenenti alla mia generazione, hanno scelto una vita nella natura e un proprio ritmo.  Non si accontentano, però, e si impegnano a comunicare – senza voler convincere -, ad aggregare e a condividere, ovvero a svolgere un’attività politica nel senso migliore e più puro del termine. Bello.

2)    ci sono più curiosità e interesse, e ho venduto più copie del mio romanzo sotto le alpi del Friuli che a Bologna o Roma: forse la vivacità intellettuale si sta spostando geograficamente in cerca di aria pura, mentre i vecchi centri del potere iniziano ad essere ingolfati.

3)    Gira gira, incontro un contadino biodinamico che regala mele e suonava in un gruppo musicale, gli Arbe Garbe, del quale mi presenta il batterista. I ragazzi poi, mi regalano il loro bel disco; incontro un ragazzo che gestisce un locale e indossa la maglia dei Langhorne slim, e i ragazzi di Hybrida che hanno realizzato una compilation che sembra quella del vecchio Thermos e Pigi (come stai, Pigi?) che conosce i miei amici anarchici di Fano… una serie di incontri che confermano la mia idea che la nostra sia una generazione di nomadi sentimentali ed ideologici, avvezzi a raccontarsi nelle rare oasi in cui abbeverarsi e ristorarsi.

4)    Tra i più giovani, incontro e chiacchiero dopo la presentazione con i ragazzi di Brocante (e guarda caso uno di loro scrive su A rivista anarchica, mia vecchia collaborazione dei tempi milanesi). Durante la presentazione, parlando, mi attaccavo alla complicità dei loro sguardi. Sono ottimisti, convinti che in qualche modo ci stiamo liberando, che stia nascendo una nuova maniera di ribellarsi. Loro sono giovani, nel mio cuore spero che la mia generazione nomade gli abbia fornito qualche coordinata, qualche volta celeste da scrutare nel deserto. So che li incontrerò in una delle prossime oasi, e magari mi insegneranno che una certa pianta, colta al momento giusto, è ancor più buona di quello che pensavo.

Ecco quindi che ringrazio gli amici Paola, Daniele, Erik e la piccola ma mica tanto Alice Zoe per l’ospitalità che ci hanno riservato e torno con alcuni sguardi di rara intensità colti qua e là, un piacevole retrogusto di grappa barricata fatta in casa, i regali che i nostri ospiti hanno voluto farci e l’idea sempre più fondata che i diversi dialetti dei nomadi che siamo siano sempre meno incomprensibili l’uno per l’altro.

Un abbraccio e a presto a tutti e un grazie particolare anche a: i ragazzi di brocante per la gentilezza e il baratto libro per t-shirt, l’Assessore alla Cultura di Frisanco per l’ospitalità e la presenza, Mara per gli gnocchi, Pablo per le fotografie, Federica e Simone (e Aldo) per esserci venuti a trovare sin dalla lontana Aurisina – insomma, come capita nei tour, grazie a tutti, tecnici, staff e spettatori ;-)

Pamarasca